Fin dal tempo delle Superiori eri attratto dal mondo della moda e volevi intraprendere la professione di indossatore, ci vuoi raccontare come è nato questo desiderio?

Era la fine degli anni ’90, l’epoca in cui il mondo della passerella era visto da tutti come uno spettacolo. Io ne ero incantato. Il “catwalk” era il centro del divismo, ne ero affascinato e mi sarebbe piaciuto farne parte. Potevo contare su un 1.84 m di altezza e un 42 di piede. A quei tempi c’era molta esterofilia e avevo un aspetto che molti definivano nordamericano.

• Cosa hai fatto per iniziare questo lavoro?

Nell’aprile del 2.000, all’età di 16 anni, ho cercato un’agenzia che preparasse a questo lavoro. Mi è stato fatto un casting e hanno deciso di accettarmi. Ho frequentato innanzitutto un corso di portamento legato alla sfilata. La mia insegnante è stata Daniela Mantegazza, ex indossatrice, che mi ha fatto capire e conoscere quello che ruotava intorno al mondo della moda. Come già detto, all’epoca c’era molta esterofilia e un nome italiano non avrebbe avuto molto successo. Uno anglosassone sarebbe stato meglio ma sentivo più mio un nome francese e ho scelto “Daniel Besson”. Ancora adesso alcuni mi chiamano così…

• Che cosa hai ricavato da questa esperienza?

È stata un’esperienza molto importante e intensa perché mi ha fatto capire che il mondo della moda ha un’ampia struttura e comprende numerosissime figure. Il lavoro dell’indossatore era molto interessante ma io sentivo il bisogno di esprimere maggiormente la mia creatività e per questo ho deciso di studiare fashion design.

• Come ti sei preparato per entrare in questo mondo?

Tra le varie scuole di moda si trovano Istituti, Corsi professionali e Università, un mondo molto composito in cui non è semplice orientarsi. Dopo aver consultato i programmi di molte scuole, ho deciso d’iscrivermi al Politecnico di Milano, perché proponeva un innovativo Corso di Laurea in design della moda. Entrare non era semplice, infatti c’era un test d’ingresso molto complesso, i richiedenti erano numerosissimi e gli accettati erano solo 150 all’anno. Non ho studiato molto per entrare ma si vede che avevo scelto qualcosa che mi apparteneva veramente e così ho superato il test. Sono stati tre anni molto duri ma utili perché mi hanno dato la possibilità di conoscere il mondo progettuale del design e di tutte le fasi che lo compongono. Ho poi frequentato un corso di stilismo a Parigi, all’École Esmod, la scuola di moda più antica del mondo, dove ho affinato il mio gusto in una visione internazionale.

• Pensi che le scuole che hai frequentato ti abbiano dato una sufficiente formazione per svolgere un’attività in questo settore?

Dato che la creazione di moda si lega necessariamente all’ambito commerciale e il design della moda non va confuso con l’arte, ho deciso d’iscrivermi all’Università IULM dove mi sono specializzato in Marketing e Comunicazione per la moda, tematiche che ho approfondito anche in un corso di livello Master allo IED di Milano. Ritenevo a questo punto di avere una buona formazione di base.

• Come è nata l’idea della boutique e di una boutique dove la cultura fa capolino ovunque?

Il concetto di Boutique multimarca mi ha sempre appassionato perché dà la possibilità di creare significati a partire da altri significati. Mi è sempre piaciuto creare un mio stile riconoscibile e ben identificato partendo da altri stili. La Boutique mi piace perché è un ”luogo” a differenza di altri negozi che sono dei “non luoghi”. La cultura fa parte della moda perché nella moda è insito il concetto di creazione.

• Perché hai scelto di dedicarti agli accessori, cosa rappresentano a tuo giudizio per una donna?

Provenendo dalla cultura del Politecnico, dove la moda trova la sua massima espressione negli accessori, la scelta è quasi inevitabile. Penso che gli accessori costituiscano per una donna un prolungamento di sé, un modo per esprimersi ed evidenziare la propria figura e personalità.

• Hai scelto di trattare esclusivamente il Made in Italy. Vuoi spiegarne le ragioni?

Il Made in Italy è un brand esso stesso che racchiude soprattutto l’eccellenza dei distretti produttivi italiani. Un accessorio prodotto in Italia acquista inevitabilmente un valore superiore. Non è un caso che molti brand stranieri del lusso abbiano deciso di far produrre in Italia.

• So che hai un desiderio: ti senti di parlarne?

Sicuramente mi piacerebbe creare una mia linea di scarpe ma, per adesso, non posso dirvi di più…